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I “White Paintings”

Spesso ci si ritrova di fronte ad alcune opere di arte contemporanea e ci si sente impotenti perché non si riesce a coglierne il significato o, peggio, si rimane stupiti dalla facilità con cui alcuni artisti vengano definiti tali.

Questo succede più frequentemente con opere astratte, composte per lo più da linee “buttate a caso” o da macchie di colori che “avrei potuto fare anche io”; ancora di più accade con l’arte concettuale dove non è evidente la bravura dell’artista ma vengono messe in gioco delle idee espressive che rappresentano l’interiorità o la società che ci circonda.

Andando nello specifico di opere ritenute da molti “incredibilmente anonime” o assolutamente prive di qualunque estro creativo, parliamo oggi delle “tele bianche”: ebbene sì, tele completamente bianche, nude, prive di qualunque linea, forma o figura possibile. 

Sono opere che spesso non vengono comprese, eppure, nel mercato dell’arte, valgono milioni di dollari. 

Queste opere trascendono dall’espressionismo astratto, quella corrente artistica di cui massimo esponente può essere considerato Jackson Pollock, famoso per il colore gettato sulle tele o fatto colare, e si inseriscono nel minimalismo, movimento nato negli USA tra il 1960 e il 1970.

Questa corrente artistica pulita può essere considerata una reazione avversa all’espressionismo astratto, in quanto i minimalisti sono convinti che nelle opere non debba essere presente la mano dell’autore e l’arte in generale non debba rappresentare qualcosa al di fuori di se stessa; principi cardine di questo movimento sono, infatti, la semplicità, l’armonia, la pulizia.

Cosa c’è di più calzante allora di una tela bianca?

Rivoluzionarie in tal senso furono le opere di Robert Rauschenberg, “White Paintings”, che nel 1951 scatenarono reazioni non troppo positive nel mondo dell’arte.

Perché?

Perché si tratta di cinque opere composte da dei pannelli modulari dipinti completamente di bianco con un semplice rullo.

Di primo acchito si poterebbe pensare “semplice, chi non riuscirebbe a farlo?”. Certo, tutti forse potremmo creare un’opera simile, ma cosa differenzierebbe le nostre “opere” da quella di Rauschenberg? L’idea che noi non abbiamo avuto e non abbiamo e lui invece sì, partendo dalla volontà di creare qualcosa che sembrasse puro, senza essere stato toccato da alcuna mano umana, come se si fosse creato da solo.

Un altro importante esponente del minimalismo fu Robert Ryman, artista che realizzò numerose tele bianche giocando sulle differenti cornici o texture e che tra il 1975 e il 1977 realizzò Vector, un’opera costituita da un pannello di undici moduli di legno della stessa grandezza dipinti completamente di bianco e appesi alla stessa distanza l’uno dall’altro, lasciando che anche lo sfondo della parete si inglobasse nell’opera stessa. 

Nonostante il clamore e il successo di queste opere così “semplici”, l’incomprensione verso le stesse risultava e risulta tutt’oggi un grande scoglio da superare, perché l’assenza di immediatezza, la scarsa fruibilità del messaggio che vogliono trasmettere porta a considerare poco seriamente l’arte contemporanea soprattutto dai neofiti. 

Eppure, come dice il sito del Museum of Modern Art di New York, la forza dei White Paintings, sta nel lavoro che viene richiesto all’osservatore: spostare l’attenzione, rallentare la visione, avvicinarsi più volte all’opera per osservare attentamente la superficie cercando di coglierne i cambiamenti di colore, luce e texture.

È proprio l’azione che viene richiesta a chi osserva la chiave per comprendere queste opere perché l’osservazione non è passiva come per le opere che raffigurano cose reali e il cui messaggio arriva diretto senza nemmeno bisogno di riflettere, ma assolutamente attiva, richiede uno sforzo di attenzione, anche perché il bianco non è mai qualcosa di assolutamente puro, anzi, ne esistono di differenti tonalità; proprio questa non purezza deve spingere chi osserva a cogliere sule tele bianche le linee sottili che il colore crea, i grumi, le sfumature differenti.

Certo, non si può dire che queste opere nascondano significati intrinseci da andare ad esplorare, ma sicuramente provocano nell’osservatore una reazione e offrono l’occasione per “guardare”, focalizzando l’attenzione dove si vuole, dando così la possibilità di non separare l’arte dalla vita.

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