La galleria d'arte Officine Panafricane ospita NINA, un percorso espositivo e visivo, a cura di Scilla Maris, che intreccia la memoria grafica e la geometria ancestrale di Abya Yala (America Latina) con le urgenze del presente.
In un’epoca segnata da conflitti e violenze strutturali, la mostra propone un ribaltamento concettuale del fuoco: non più solo elemento di distruzione, ma NINA — la scintilla di resistenza, creazione e trasformazione che nutre la risposta sociale e politica.
Dalla spina dorsale delle Ande, il lavoro di Xilotrópico (Cile) e Pacha (Perù) si fa ponte tra la materia preispanica e la contemporaneità, rintracciando l'impronta di ciò che continua a resistere nelle pietre, nei fili, nei tessuti e nei sogni.
COMUNICATO STAMPA
NINA — ReExistencias desde Abya Yala
Il fuoco della memoria, la luce che restituisce futuro e speranza
Joel Pacha e Xilotrópico | A cura di Scilla*Maris
20–25 ottobre 2026 | Officine Panafricane, via Giulia 73, Roma Inaugurazione: martedì 20 ottobre, ore 18:30–22:00 Nell'ambito della Rome Art Week 2026
Un volto riemerge da un archivio fotografico, geometrie ancestrali prendono forma in un mosaico di semi colorati, racconti dell’antica cultura precolombiana tornano a interrogare il presente.
Con NINA — ReExistencias desde Abya Yala, Joel Pacha e Xilotrópico danno vita a un dialogo tra memoria, identità e resistenza, in cui l'arte diventa uno strumento per riattivare storie e immaginare nuovi orizzonti.
Nina, parola quechua che significa fuoco, evoca una forza vitale capace di illuminare e trasformare. Abya Yala, nome indigeno del continente americano adottato da numerose prospettive decoloniali, richiama saperi e identità che continuano a resistere alle narrazioni coloniali. ReExistencias esprime la persistenza attiva di comunità che trasformano la memoria in una possibilità di futuro.
Joel Pacha presenta una serigrafia ispirata a una fotografia di César Meza (1912–1993), storico ritrattista di Cuzco, proveniente dall'archivio della Fototeca Andina del Centro Bartolomé de Las Casas. La memoria fotografica torna così a circolare nel presente. Il suo intervento comprende anche una Chakana, simbolo andino composto con semi colorati sul pavimento della galleria, e brevi cortometraggi proiettati sul soffitto, nei quali l’antica sapienza incaica costituisce ispirazione, guarigione e riscatto dal disagio personale, civico e sociale delle comunità peruviane contemporanee.
Xilotrópico porta nella mostra la forza della xilografia e del manifesto politico, attraverso immagini legate alle esperienze di mobilitazione e resistenza in Cile e Colombia. La grafica diventa linguaggio condiviso, capace di restituire visibilità a volti e soggetti spesso marginalizzati. Se Warhol realizzava ritratti esclusivi destinati alla vendita alle classi alte nordamericane, Xilotrópico inonda gratuitamente le strade di volti anonimi, che evocano quelli delle persone che abitano quotidianamente i nostri quartieri.
La partecipazione straordinaria di Guido Balbo di Vinadio a NINA si manifesta attraverso una potente pittura murale dedicata al condor (Vultur gryphus), creatura maestosa e ancestrale, simbolo di libertà, elevazione e connessione tra terra e cielo.
Elisa Massaro, antropologa ed archivista cinematografica con esperienza in America Latina, ha recuperato le immagini d'archivio e contribuito alla produzione artistica del progetto espositivo, riattivando nel presente il rapporto fra memoria visiva e identità culturale.
Tra archivi, segni ancestrali e immagini in movimento, NINA propone, dunque, la memoria come materia viva e mai reliquia: una fiamma che attraversa il tempo, alimenta la resistenza e mantiene aperta la possibilità di un futuro diverso.
Informazioni
· Artisti: Joel Pacha e Xilotrópico
· Curatela: Scilla*Maris
· Collaborazione alla produzione artistica: Elisa Massaro, Guido Balbo di Vinadio
· Sede: Officine Panafricane, via Giulia 73, Roma
· Date: 20–25 ottobre 2026
· Inaugurazione: 20 ottobre, ore 18:30–22:00
Evento nell'ambito della Rome Art Week 2026.
***********************************************************
NINA — ReExistencias desde Abya Yala
Testo critico a cura di Scilla*Maris
Ci sono immagini che sopravvivono a chi le ha create.
Attraversano il tempo, cambiano supporto, passano da uno sguardo all'altro, portando con sé ciò che la storia non è riuscita a cancellare.
È in questa soglia, dove la memoria smette di essere passato e torna a farsi presenza, che si colloca NINA — ReExistencias desde Abya Yala.
Nina, in quechua, significa fuoco: fiamma, calore, luce che rivela e forza che trasforma. Abya Yala, nome rivendicato da numerose prospettive indigene e decoloniali per designare il continente sudamericano, sposta il centro dello sguardo verso saperi, cosmologie e genealogie che precedono la conquista e continuano a interrogare il presente. ReExistencias evoca così non la semplice sopravvivenza, ma la persistenza attiva di ciò che resiste alla cancellazione e trasforma la memoria in una possibilità di futuro.
Il dialogo tra Joel Pacha e Xilotrópico si sviluppa attraverso linguaggi differenti, accomunati dalla capacità di riattivare memorie collettive.
La serigrafia di Pacha, ispirata a una fotografia di César Meza (1912–1993), illustre ritrattista di Cuzco e membro della Scuola di Fotografia di Cuzco, restituisce al presente un'immagine proveniente dall'archivio della Fototeca Andina del Centro Bartolomé de Las Casas. Il passaggio dalla fotografia alla stampa non è una semplice trasposizione tecnica: è un nuovo incontro fra tempi e sguardi. L'immagine esce dall'archivio, torna a circolare e ritrova nello spazio pubblico la possibilità di essere ri-conosciuta.
Un'altra forma di riattivazione prende corpo nella Chakana che Pacha realizza sul pavimento della galleria, componendola con semi colorati. Simbolo andino, la Chakana introduce una geometria incrociata di relazioni e corrispondenze. La materia organica dei semi aggiunge al segno una dimensione generativa: ogni elemento custodisce la possibilità della vita, mentre la composizione costruisce un ordine condiviso. La memoria diventa così presenza fisica, gesto e relazione; non soltanto qualcosa da contemplare, ma una forma che modifica il nostro modo di abitare lo spazio e la terra.
La partecipazione straordinaria di Guido Balbo di Vinadio alla esposizione collettiva si manifesta attraverso una potente pittura murale dedicata al condor (Vultur gryphus), creatura maestosa e ancestrale, simbolo di libertà, elevazione e connessione tra terra e cielo. Il condor gigante, dipinto a scala naturale, prende forma sulla parete, imponendo la propria presenza con una forza visiva che trascende la dimensione puramente decorativa per farsi gesto artistico, evocazione e racconto. Sul petto dell'animale, una piuma originale di condor, cimelio di Joel Pacha, introduce un elemento autentico e tangibile, creando un dialogo sorprendente tra la rappresentazione pittorica e la materia viva della natura.
La vera forza del racconto di questa opera-manifesto sta proprio nel contrasto tra la scala gigantesca del condor dipinto e la delicata unicità della piuma originale: l'immensità dell'immagine e l'intimità della materia si incontrano sul petto dell'animale, nel punto in cui l'opera sembra custodire il suo cuore. Un intervento monumentale in cui la pittura incontra un frammento autentico della natura, trasformando la parete in un luogo di presenza, memoria e simbolo.
La dimensione narrativa si estende al soffitto, dove Pacha proietta brevi cortometraggi ispirati alle antiche leggende incaiche, rilette alla luce del disagio personale, civico e sociale delle comunità peruviane contemporanee. La tradizione precolombiana abbandona così la distanza del tempo remoto e torna a farsi linguaggio del presente: non racconto consolatorio, ma strumento per nominare le ferite collettive, riconoscere le contraddizioni e immaginare possibilità di riscatto. Le storie ancestrali offrono una possibilità di riscatto e consapevolezza dell’identità originaria; custodiscono una forza simbolica attraverso cui le comunità possono rileggere la propria esperienza e opporre alla marginalizzazione la continuità della propria memoria con una luce rinnovata.
Nella ricerca di Xilotrópico, la xilografia e il manifesto politico diventano invece strumenti di comunicazione e lotta. Volti anonimi, corpi in resistenza, slogan e simboli delle mobilitazioni compongono una grammatica visiva radicata soprattutto nelle esperienze cilene e colombiane. L'immagine cerca la strada, il muro, il quartiere: non si chiude nell'unicità dell'opera, ma si moltiplica, circola e diventa possibilità di riconoscimento collettivo. La dimensione politica non riguarda dunque soltanto ciò che viene rappresentato, ma anche il modo in cui l'immagine viene prodotta e condivisa.
Archivio, semi, racconto e stampa delineano differenti modalità di trasmissione: conservare e restituire, germinare, narrare, moltiplicare. In tutte, la memoria è materia viva che cambia attraversando nuovi contesti. I volti riemersi dal passato, le geometrie ancestrali ricomposte nello spazio, i racconti ancestrali proiettati sopra di noi e i segni restituiti alla strada interrompono l'oblio e interrogano chi abbia il diritto di rappresentare, quali storie meritino di essere custodite e come possano continuare a parlare.
NINA non propone la memoria come rifugio, né la resistenza come formula ripetitiva.
Ne cerca la sostanza vitale: la possibilità di generare forme e immaginari là dove la storia ha prodotto fratture. La fiamma del titolo è quella della rivolta, ma anche la luce tenace e imperitura che permette a un volto di attraversare quasi un secolo, a un'immagine di cambiare linguaggio, a un seme di evocare ciò che ancora deve nascere e ad una sapienza antica di tornare dal passato per illuminare le inquietudini del presente.
Il compito dell'arte è anche questo: creare le condizioni perché la presenza di chi è stato dimenticato possa ancora interrogarci. Perché esistere significa non lasciarsi consegnare al passato; resistere significa mantenere accesa la possibilità di un futuro.


Post
Story
Whatsapp