La mia ricerca, che in questa mostra si esprime attraverso nove installazioni anamorfiche, riguarda la doppiezza del segno, la sua ambiguità. Le mie Installazioni hanno tutte una doppia possibilità di lettura: sono fruibili liberamente come qualsiasi installazione tridimensionale ma in tutte c’è sempre una “condizione di fruizione visiva” che, spesso in modo sorprendente, permette la comprensione dell’opera anche dal punto di vista compositivo (forma e rapporto spaziale tra gli elementi). Questa “condizione di fruizione visiva” nelle nove installazioni è varia ma per tutte deriva dall’applicazione di principi scientifici capaci di alterare la percezione come ad esempio l’applicazione della geometria proiettiva per determinare un punto di vista privilegiato, o il principio della visione binoculare e della complementarietà dei colori per rendere tridimensionali forme piane, e ancora l’applicazione del principio della persistenza dell’immagine sulla retina per animare oggetti statici….
Con le mie installazioni tendo a ingannare e disorientare l’osservatore-fruitore, un po’ come accadeva osservando le Anamorfosi rinascimentali o le macchine fantasmagoriche del XVIII e XIX secolo da cui prendo espressamente spunto ma, mentre queste ultime avevano come unico scopo quello di stupire, meravigliare, quindi di focalizzare l’interesse sull’oggetto rappresentato attraverso la macchina, io ne inverto le gerarchie funzionali: la scelta del soggetto rappresentato è solo funzionale all’aspetto compositivo della macchina che diventa essa stessa l’oggetto da mostrare, l’opera esposta, l’installazione.

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