Con La pelle della luce, Paco Plutone conduce la pittura oltre il limite tradizionale della superficie, affidando alla trasparenza, alla luce e allo spazio un ruolo attivo nella costruzione dell’immagine. Le opere non si limitano a occupare lo spazio espositivo: lo incorporano, lo attraversano e, in qualche modo, lo producono.
Le grandi figure che abitano i lavori dell’artista – corpi prevalentemente femminili, allungati, monumentali e insieme fragili – emergono da materiali industriali trasparenti e semitrasparenti. Superfici nate per proteggere, separare o contenere vengono sottratte alla loro funzione originaria e trasformate in membrane pittoriche. Il supporto non costituisce più un fondo: diventa una soglia.
È attraverso questa soglia che entra la luce. Attraversando la materia e incontrando il colore, ne modifica la densità, genera ombre e proiezioni, rende visibile il retro dell’opera e incorpora nell’immagine ciò che si trova oltre di essa. Pareti, architetture, altre opere e corpi in movimento partecipano così, temporaneamente, alla composizione. Il fondo perde la propria funzione e il mondo entra nell’opera. La superficie diventa corpo e la pittura comincia a comportarsi come una scultura: non perché acquisti massa, ma perché acquista spazio.
Anche lo spettatore è coinvolto in questa trasformazione. Non esiste un punto di osservazione definitivo. Avvicinandosi, allontanandosi o spostandosi lateralmente, l’immagine si compone e si disgrega: le figure appaiono, si sovrappongono, perdono consistenza e tornano a manifestarsi. La trasparenza, paradossalmente, non produce maggiore leggibilità. Questi corpi si lasciano attraversare dallo sguardo senza lasciarsi interamente possedere. Il colore non svolge soltanto una funzione descrittiva: determina distanze, interruzioni, profondità e apparizioni. Non significa semplicemente: si comporta.
La centralità della figura femminile attraversa l’intera ricerca senza trasformarsi in narrazione. Le donne di Paco Plutone non illustrano una storia e non chiedono di essere interpretate come personaggi. Sono presenze. La loro riconoscibilità convive con una continua possibilità di dissoluzione, in una tensione fra corpo e segno, esposizione e sottrazione, forza e fragilità.
Il titolo contiene il paradosso che attraversa l’intera mostra: la luce non ha pelle. Paco Plutone sembra cercarla proprio nella superficie fragile e permeabile delle sue opere, nel confine attraverso il quale le cose cessano di essere separate. Una pelle che non protegge l’immagine dal mondo, ma la espone. Il luogo in cui la luce, per un istante, diventa corpo.


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