Nel 1881 uscì a puntate il libro Storia di un burattino, poi ricordato semplicemente come Pinocchio: il suo autore, Carlo Collodi, era nato il 24 novembre 1826 – esattamente duecento anni fa – e prima di diventare il papà del pezzo di legno più famoso della letteratura è stato moltissime altre cose. Pedagogo, giornalista, traduttore, un uomo che ha scritto libri per insegnare ai bambini a capire il mondo quando il mondo era ancora un cantiere aperto: l’Italia stava nascendo allora.
Le Scuole d’Arte e Mestieri di Roma Capitale – nate ufficialmente nel 1871 – hanno appena dieci anni più di Pinocchio, ma sono figlie della stessa stagione culturale di Collodi: una stagione in cui l’Italia era un Paese giovane, fragile, dove l’analfabetismo era dilagante, ma le botteghe erano da secoli la vera scuola, fatta di artigiani e di maestri che insegnavano a leggere il mondo attraverso il fare. Imparare un mestiere artistico o artigiano poteva essere occasione di riscatto sociale per la più umile delle persone.
Pinocchio è un archetipo universale, la sua storia è la più tradotta al mondo dopo la Bibbia: attraversa tutto, è un capolavoro di mitopoietica dell'era industriale che l'Italia ha regalato al mondo.
Il protagonista sperimenta la disobbedienza, la fame, la scuola, la strada, la paura di non essere abbastanza, la voglia di diventare qualcuno.
È figlio che salva suo padre, è un racconto intergenerazionale.
Pinocchio è un pezzo di legno che vuole diventare umano, è la storia di una metamorfosi moderna: nel desiderio di Pinocchio c’è la storia di ogni allievo che impara a cucire, a scolpire, a modellare, a disegnare, a guardare.
I nostri allievi – guidati dai docenti delle diverse discipline – hanno lavorato un anno riflettendo su Collodi e su Pinocchio: le opere in mostra sono il prodotto collettivo nato dalla loro collaborazione. Pinocchio è stato un compagno di viaggio e un’occasione per riflettere su Collodi e sulle nostre Scuole: con un sorriso o immergendosi nel mondo simbolico e più profondo della narrazione, le opere non rappresentano solo un omaggio al burattino, ma guardano a quella stagione in cui il saper fare era la prima forma di libertà.
Per costruire ancora, con le mani e con la testa, anche il nostro futuro. (testo di Penelope Filacchione)


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