Kerstin Bratsch_Ruine / KAYA_KOVO

A cura di Francesco Stocchi

Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018. Photo credits: Daniele Molajoli

Come suggerito dal duplice titolo, la mostra è articolata in due sezioni distinte: la Casa e la Stalla. Nella Casa, spazio principale della Fondazione, _Ruine presenta la pratica individuale di Kerstin Brätsch; _KOVO occupa invece lo spazio più raccolto della Stalla e propone il lavoro di KAYA, il progetto collaborativo di Brätsch e Debo Eilers.

La mostra, il cui titolo è mutuato dall’espressione tedesca Ruine ruin in inglese, rovina in italiano – testimonia la volontà ormai consolidata di Brätsch di espandere e destabilizzare il linguaggio pittorico. Tale approccio comporta continue collaborazioni con artigiani, al fine di interrogare e mettere in crisi la nozione di soggettività storicamente attribuita alla figura del pittore.

Un corpo inedito di marbling paintings [Psychopompo] della serie in corso Unstable Talismanic Rendering, realizzata con Dirk Lange maestro tedesco della marmorizzazione, sarà esposto al fianco di nuovi lavori in stuccomarmo creati in collaborazione con l’artigiano romano Walter Cipriani. Nell’insieme, l’allestimento degli spazi e delle opere restituisce la suggestione di un sito antico, una rovina catturata in bilico tra decadenza e ricostruzione, uno spazio di transizione liminale e visionario.

Nei marbling paintings Brätsch fa gocciolare inchiostri e solventi su una superficie liquida per creare un motivo, che successivamente si deposita su di un foglio di carta. Il lavoro è il risultato di

una collaborazione a quattro mani – quelle dell’artigiano e quelle dell’artista – ma che impiega anche la forza di gravità, la repulsione, l’adesione. Gli elementi non strettamente legati all’intervento dell’uomo lavorano ora a favore, ora contro le scelte dell’artista, offuscandone gli istinti. Ciascuna marmorizzazione, creata appositamente per _Ruine, funziona come un talismano, una macro-proiezione sulla meccanica dell’ignoto.

Il secondo corpus di lavori di Brätsch presenta l’uso dello stucco (scagliola), una forma di intonaco importata nel XVI secolo dalla Baviera come tecnica imitativa del marmo e di altre pietre rare. Tale trattamento unifica ed estende la logica della materia stabilita nelle precedenti serie, in particolare le antiche vetrerie che contengono porzioni di pietre d'agata, e le marmorizzazioni che imitano i fenomeni geologici miasmatici. Le lastre di pietra artificiale di Brätsch restituiscono l’apparenza degli oggetti che imitano, ottenendo un effetto di mimetismo marmoreo. Questa inversione temporale riflette l’indagine di Brätsch sulla soggettività della pittura, intesa come fenomeno composito e non lineare. La produzione degli stucchi, tuttavia, è in apparente contrasto con il processo creativo che caratterizza i marbling paintings – che prevedono il gocciolamento, l’intervento del caso e il flusso acquoso – presentandosi come un processo resistente e scultoreo, in cui la modellazione a mano sostituisce il segno fluido del pennello. Lo stucco pertanto potrebbe essere letto come una goccia marmorizzata, materializzata e appiattita.

La firma di Kerstin Brätsch si configura come un sottotesto: soprannominata Brätschwurst (in riferimento alla salsiccia tedesca di Bratwurst) la distorsione e la materializzazione del proprio nome fornisce un indizio sulle manipolazioni materiche dell’artista, creando forme simili a "salsicce", che vengono in seguito pressate in strati piatti. Con il titolo Fossil Psychic, i colori vivaci degli stucchi evocano mostri prescientifici; frammenti di serie passate e future si dividono in ossa, parti del corpo e amuleti rituali ma resistono all'erosione persistendo come rocce, dipinti intrappolati in un’età della pietra. Le opere sembrano prefigurare un “wurst-case scenario”1, la comparsa tormentata e insieme magica di un’energia proveniente da uno dei più elementari materiali viventi, il minerale, che si esprime con un alfabeto di gesti pre-verbali, un linguaggio depositato sotto la superficie.

Nell’ambito della residenza della Fondazione Memmo, il collettivo KAYA ha trascorso un mese lavorando presso la sede della fondazione per creare un intervento in-situ: _KOVO. Per questa iterazione, il collettivo KAYA – che può essere immaginato come una violenta collisione tra pittura e scultura – presenta una serie di lampade e pelli KAYA. KOVO covo in Italiano, cave in inglese – è anche un termine che indica un ibrido uomo-mucca (man-cow). Questa collisione offre la cifra del processo creativo di Brätsch e Eilers: i dipinti di KAYA sono per metà umani, evocando spettri di animismo e fantascienza. Nell’oscurità della caverna, sotto il bagliore delle lampade, il duo celebra un rito di evocazione, sfuggendo alla condizione umana e sfociando nella barbarie, in un regno animale fatto di rituali e trasgressioni.

Per _KOVO, Brätsch e Eilers sono stati affiancati dal sound artist e musicista Nicolas An Xedro, di base a Napoli, la cui ricerca si rivolge agli stati preverbali di coscienza e materia, nelle loro fasi

simultanee di composizione / decomposizione. Per l’occasione è stato prodotto The Year Of The Dog, un album in edizione limitata la cui uscita inaugurerà l’etichetta VS.

Questo progetto è reso possibile grazie alla mission a suo modo unica della Fondazione Memmo, che ha permesso agli artisti di creare opere in situ e di impiegare liberamente nel tempo materiali e tecniche precedentemente sconosciute, in comunione con il tessuto storico e artigianale della città di Roma.

 


Partecipanti a Kerstin Bratsch_Ruine / KAYA_KOVO


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