Suiray-Placenta

Prima mostra personale a Roma del fotografo giapponese Yuki Seli

SUIRAY_ Placenta

Le immagini fotografiche di Yuki Seli esprimono il sunto dell’estetica giapponese. Attraverso la luce esplora l’intima bellezza delle cose, dalla vastità di un paesaggio ai particolari più minuti di un sasso, un fiore, una goccia d’acqua riflettendovi significati più universali che toccano l’animo umano e il senso della vita.

Per questo progetto fotografico, Yuki Seli prende spunto dalla tradizione artigianale veneziana legata alla lavorazione del vetro di Murano. Ma lo fa non partendo dal manufatto perfetto ma dal suo scarto. È dal momoeto, il pezzetto di vetro arrotondato e informe, tagliato dalla mano sapiente del maestro vetraio alla fine del processo di creazione del bicchiere, che questo viaggio attraverso la luce prende vita. Una luce che il vetro scartato trattiene insieme a tutti quegli stessi colori che formano il bicchiere e i suoi decori, in questo caso però espressi senza che vi sia la volontà e il progetto del maestro: un agglomerato di materia pura, potenziale, che trattiene tutte le qualità e i difetti allo stato primordiale come il DNA del bicchiere nato.

SUIRAY è il termine coniato dal fotografo giapponese per condensare in un’unica parola il significato di ヒスイノヒカリ(hisui no hikari): le tante sfumature di luce della giada. RAY rimanda letteralmente al raggio, alla luce, alla trasparenza; SUI evoca invece la lucentezza, le sfumature cangianti della giada e l’energia vitale, ma si riferisce anche in modo sottile alla morte, prendendo a prestito l’inizio di suicide (suicidio). Una ricerca quella di Seli che continua a esplorare il significato di confine, di border, che l’artista ha sviluppato negli anni in forme sempre diverse, indagando il paesaggio come riflesso dell’animo umano, e che oggi trova nuove risposte nella bellezza e nel fascino enigmatico del vetro veneziano.

Anche stavolta però l’artista non si rivolge tanto al manufatto artistico finito, al protagonista, ma ne apprezza la parte di scarto, quella nata insieme al tipico bicchiere “goto”, che viene eliminata una volta che il pezzo è realizzato. Come la placenta che avvolge il feto, il momoeto viene gettato dopo la nascita. Una volta che la vita si è affermata, non serve più e non viene più considerato. È cosa morta. Non per un artista come Yuki Seli, con una sensibilità innata per le forme naturali, grezze, irregolari e gli aspetti nascosti su cui si fondano l’arte e l’estetica giapponese. Egli ne ha immediatamente percepito la bellezza e le potenzialità, portando quei pezzi, malfatti e gettati, sulla carta fotografica per impressionarli alla Man Ray, o similmente a John Cage quando, ispirato dal giardino secco zen del Ryōanji gettò sulla carta millimetrata i sassi per tracciarne poi a carboncino le sagome irregolari.

Yuki Seli cattura a contatto, direttamente sulla carta rendendoli esemplari unici, le infinite sfumature di luce e di forme che ogni momoeto trattiene in sé, caratteristiche irreplicabili che sulla carta si rivelano in mondo magico, fantastico, in cui ognuno può leggere creature e organismi animali, vegetali, marini, fantastici: meduse, petali di fiori, ali di farfalla. Immagini che diventano un viaggio nel sogno, un accompagnamento alla contemplazione e alla scoperta di quell’invisibile e casuale che forma la bellezza universale: nessun calcolo, nessun progetto, solo l’incontro misterioso tra uomo e materia.

 Rossella Menegazzo

Messaggio dell’artista

«La vita è breve e ogni giorno la quantità di informazioni che scorrono davanti ai nostri occhi è come un fiume in piena. Ognuno è impegnato a cercare e decifrare quello che serve per sé. Ma la destrezza non è solo saper cercare ciò che è utile. Non so come possano essere percepite esteticamente queste mie fotografie di momoeti, ma ciò che le ha ispirate è una riflessione su come quella parte che rappresenta il legame indispensabile tra feto e persona che lo mette al mondo non sia più necessaria quando la nascita è avvenuta. E tuttavia quella parte scartata trattiene tutta la bellezza della vita appena nata. Così come ogni cosa gettata via, ogni paesaggio quotidiano dimenticato nell’abitudine, che si può riscoprire solo se avviene prima un cambiamento di visione interiore».

 

 

Organizzatori

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