Negli anni Novanta, con la fine della Guerra fredda, si diffuse l’idea che le grandi contrapposizioni ideologiche del Novecento fossero ormai esaurite. La formula della “fine della storia”, associata a Francis Fukuyama, divenne il simbolo di questa convinzione.
Ciò che resta dell’ideologia parte da una domanda diversa: che cosa resta di un’ideologia quando i suoi simboli non sono più immediatamente riconoscibili?
Le ricerche di Leonardo Crudi ed Elia Novecento condividono un’origine comune nel writing, nella strada, nel manifesto e nella cultura visiva del Novecento. Con il Collettivo Novecento, fondato nel 2016 insieme al curatore Giovanni Argan, il manifesto dipinto a mano diventa uno strumento di intervento nello spazio pubblico.
Da questa matrice comune, i due artisti sviluppano direzioni differenti.
Nel lavoro di Crudi, cinema, avanguardie russe, Pop romana, poesia visiva e cultura underground riemergono come frammenti di una memoria culturale ancora attiva. Figure, film e autori vengono riportati nel presente attraverso una pittura in cui immagine, geometria e costruzione grafica restano strettamente legate.
Nel lavoro di Elia Novecento, invece, la figura viene progressivamente assorbita dalla superficie. Pattern, tessuti, moduli e forme astratte trasformano riferimenti culturali, esperienze personali e materiali provenienti da contesti diversi in un linguaggio più intimo e percettivo.
Le due ricerche si incontrano nella persistenza della forma. Il simbolo non scompare, ma cambia stato: da emblema diventa struttura, da dichiarazione diventa ritmo, da appartenenza diventa superficie.
La mostra osserva questa trasformazione senza nostalgia per le ideologie del passato. La malinconia che attraversa le opere riguarda piuttosto la perdita di un mondo in cui immagini e simboli sembravano ancora poter sostenere significati condivisi. Oggi quelle forme continuano a sopravvivere, incorporate nella memoria, nella geometria e nella texture stessa delle immagini.
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