Negli spazi di Azimut Capital Management, nel quartiere Flaminio, la prima mostra antologica dedicata a Caterina Giglio riunisce il percorso dell’artista romana dagli esordi a oggi.
Il titolo nomina ciò che il tempo deposita: ogni opera in mostra è la traccia di un’esperienza vissuta, ogni materiale la traccia di una fase della stessa ricerca — il teatro, il riciclo creativo di oggetti vissuti, la resina, la pittura materica, il disegno a pennino della fase attuale. Ma l’unità del percorso non sta nei materiali: sta nel segno. Non la linea, che delimita e chiude la figura, bensì il segno, che appartiene alla famiglia dell’incisione: la forma non viene delimitata, viene addensata. Migliaia di segni minimi si aggregano fino a generare costellazioni umane fantastiche, figure oniriche e ancestrali, in un disegnare calligrafico e incessante. Il segno è ciò che la mano fa; la traccia è ciò che resta.
Il sottotitolo dichiara il metodo: una geografia interiore, la mostra come mappa e non come cronologia. Il percorso non segue l’ordine cronologico, ma accosta opere di anni lontani, perché è l’accostamento a rendere leggibile la continuità della mano: i lavori realizzati con le cravatte Regimental anni Sessanta — biografie altrui che portano la traccia di un corpo che le ha indossate — la serie total white e il ciclo degli alberi, dove conta la parte strutturale, le radici, lo scheletro, e l’albero è un individuo più che un paesaggio; poi le opere recenti, a pennino a vernice e penna a china su fondi bianchi, neri o fluorescenti, dove sul nero vale l’economia antica del disegno su carta preparata scura: la forma non si ottiene annerendo ma lumeggiando, e il segno bianco non descrive le figure, le illumina.
Emergono così le città ideali, architetture minuziose addensate in verticale ai margini di grandi campi vuoti, che rovesciano il modello quattrocentesco — geometrico, deserto, governato da un punto di fuga — e trovano semmai un antecedente nelle architetture d’invenzione di Piranesi, con una distinzione decisiva: le Carceri salgono per opprimere, queste salgono per sollevare. E le figure femminili, materne e melanconiche, dove non c’è sensualità ma accoglienza, e i cui corpi si intrecciano fino a fondersi con la natura.
«Non uso la matita perché non voglio fare correzioni», dice l’artista: «disegno di getto, non ho un progetto, non so mai cosa sto facendo: il senso glielo do in seguito».
Inaugurazione lunedì 19 ottobre 2026, ore 18.30, alla presenza dell’artista. La mostra prosegue fino al 16 novembre 2026, dal lunedì al venerdì su appuntamento.
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