Non è un Paese per artisti. Riflessione post - pandemica.

Conversazione tavola-rotonda sullo stato dell'arte e degli artisti

Fabio Maria Alecci e Gianluca Esposito fanno parte della nutrita schiera d’artisti che sta abbandonando le grandi città e Roma in particolare: nonostante i buoni propositi di Rome Art Week, il ritorno di una fiera artistica internazionale e altre sperimentazioni dal basso, il sistema dell’arte contemporanea a Roma fatica ancora a camminare. 

Sappiamo tutti che, per buona parte, gli artisti – ma molto spesso anche i curatori –  per mantenersi hanno bisogno di fare altri lavori, a volte non proprio qualificanti nel settore.

Sappiamo che in Italia si è giovani artisti ancora over 40, il che ci mette in una posizione imbarazzante rispetto al resto del mondo.

Sappiamo che molte gallerie e spazi indipendenti hanno subito il colpo della pandemia: quelle che hanno resistito devono sempre di più contaminare l’attività di ricerca con altre iniziative per poter andare avanti. I bandi esistono, ma le risorse sono poche, mal comunicate, distribuite con una lentezza tale che a volte arrivano troppo tardi.

Abbiamo visto  durante la pandemia che quando il governo prevedeva sostegni per gli artisti si riferiva principalmente al settore dello spettacolo, dimenticando completamente le arti visive. La TV era piena di appelli di cantanti, registi, attori, conduttori televisivi che parlavano della loro categoria – molto più sindacalizzata – e mai del settore delle arti visive. C’è stato sì un appello di Sergio Risaliti, direttore artistico del Museo del Novecento di Firenze, ma poco altro che abbia avuto vera risonanza.

AWI (Art Workers Italia) si è occupato e si sta occupando con metodo di questo problema – anche insieme ad AMACI – e questo è un bene, ma i tempi sono lunghi e richiedono un forte impegno della politica, che sembra piuttosto distratta.

Nonostante il lavoro delle fiere e dei curatori di livello internazionale, l’Italia parla di arte all’estero principalmente per le sue bellezze del passato: è carente il settore dell’arte pubblica contemporanea e per un artista è molto difficile essere selezionato nel circuito, dichiarando a pieno titolo di essere un professionista dell’arte.

Nasce anche per questo la figura dell’artista – curatore – gallerista – promotore di sé stesso: se per certi versi in Italia questa figura esiste almeno dal medioevo (basti pensare alle botteghe di Giotto o Verrocchio, ma anche a De Chirico e Morandi), da altri punti di vista ciò presenta il rischio di una fortissima dispersione di energie che sfocia poi nel poco tempo da dedicare alle tante sfaccettature, bei progetti poco o male comunicati, mancanza di risorse, spazi inadeguati etc.

Questo fenomeno era già in atto prima della pandemia, ma ne è stato fortemente aggravato e sta provocando la fuga di tantissimi artisti dalle città verso luoghi più a misura umana, più vergini, ma anche meno ricettivi. Si pongono le fondamenta di nuove comunità artistiche diffuse nei borghi, ma il processo è lungo e chissà se noi faremo in tempo a vederlo realizzato.

Data questa lunga premessa, è evidente che un talk non può esaurire tutti gli argomenti: ciononostante mettiamo a confronto Fabio Maria Alecci e Gianluca Esposito con gli artisti e gli altri ospiti del Villaggio Globale.

Chi resta e chi parte insomma: il luogo e l’esperienza di cooperativa del Villaggio Globale – che ha la peculiarità di spazio autogestito – rendono particolarmente interessante ascoltare la storia degli artisti residenti e quella dei due ospiti, come le due facce della stessa medaglia.

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