Massimo Mencarelli – La fluidità dell’Io

L'arte di Massimo Mencarelli si muove tra l'astratto e il figurativo

Massimo Mencarelli e la fluidità dell'Io

a cura di Giuseppe Ussani d'Escobar

La nuova personale di Mencarelli dischiude i nuovi orizzonti del suo procedere in equilibrio tra materia ed energia. Il figurativo si dissolve nell’organico, egli ricerca e investiga, smarrendosi nei meandri del farsi della creazione, le sue tele manifestano l’affioramento meccanomorfo di cellule che si muovono tecnologicamente negli sfondi incerti, all’origine dell’universo. L’artista ha da sempre un complice e intenso rapporto di manualità con il mondo esterno, sperimenta sezionando gli oggetti e ricostruendoli, donando loro una nuova vita. Egli ama integrare alla nostra dimensione biologica e meccanica, in continua espansione ed evoluzione, frammenti provenienti da diverse realtà attribuendogli altre finalità: nascono così “Pink Cell in the white” e la sequenza di microrganismi che si uniscono, stringendosi fra loro, in una sorta di danza serrata, vibranti di misteriosa vita in “Cells in a dance”.

Nell’opera “The night train” appaiono nei finestrini di un vagone di treno, che s’inabissa nel buio della notte o in una galleria della metropolitana, due volti che, seppur tracciati velocemente, rivelano le loro reazioni istintive di stupore e perplessità per lo spettacolo che si svolge all’esterno, ovvero una vera e propria apocalisse urbana:  una casa rossa, ribaltata su se stessa, sembra emergere da una visione onirica, come se si riflettesse nella trasparenza opaca di un lago o di un fiume dalle acque increspate; nel mentre un edificio è rotolato su se stesso in un crollo evidente, quasi volesse adagiarsi su un fianco per riposare e a tagliare la tela in diagonale, offrendo una profondità maggiore all’insieme. La corporeità dell’immagine in questo dipinto, che considero di fondamentale importanza nel percorso creativo dell’artista, si sfalda, perde consistenza: le linee si diffondono e regnano le masse che assorbono il figurativo in una tromba d’aria che tutto ingoia e restituisce sotto altra sembianza.  L’opera vive, resistendo alla turbolenza disgregatrice, e si riproduce, in autonomia, nell’essenza della forma. I protagonisti, che si possono intuire chiaramente attraverso le loro emozioni, sono spettri che si affacciano sul dinamico prodigio delle masse di colore fino a venirne assorbiti.  Le identità sono ancora lì salde e rivelano in un flash fotografico le loro personalità, un urlo resta sospeso e soffocato nel microcosmo del treno che continua la sua folle corsa tra le macerie della civiltà.

Nel dipinto “The Children of earthquake”, realizzato a seguito del terremoto che ha sconvolto e distrutto Amatrice, l’artista è tormentato dall’incubo doloroso dei volti dei bambini che si moltiplicano in una fuga all’infinito dalla terra che trema; ma ben si potrebbe trattare di un solo volto di ragazzino catturato nella corsa in un abile sequenza cinematografica alla moviola, strettamente collegata a una modalità di concepire l’immagine tipicamente futurista imperniata sulla velocità che va a intervenire sulla realtà visiva, modificandola e trasformandola in flusso di energie che si sovrappongono e si accumulano. Un vortice scaturisce dall’opera che cauterizza l’animo ferito dell’artista in una conciliazione notturna con l’evento della morte e della rinascita che si genera nella sua complessità e unicità miracolosa grazie alla sacra e inviolabile immaginazione creativa.

 “Covid – 19”  si ispira all’evidente sottrazione di libertà che abbiamo vissuto e sofferto tutti, oppressi dalle chiusure delle attività e dalla restrizione dei confini urbani e geografici nei quali era consentito muoversi, con la minaccia di un virus letale che non risparmiava nessuno. In questa opera si materializza il delirio umano derivato dalla paura della malattia e della morte accompagnata dalla solenne violazione della propria psiche intima e profonda operata per il tramite di una comunicazione televisiva galoppante, attimo per attimo, che annullava distanze e tempo nella spirale insaziabile e ingestibile dello spettacolo della strage a opera del virus. L’avvenimento inatteso conduceva la sensibilità e la coscienza degli uomini all’epoca delle devastanti pandemie di peste che attraversavano, nei secoli passati, il continente europeo: il nostro artista, davanti all’immane catastrofe che ha portato via milioni di vite, reagisce e agisce con fantasia allucinatoria,  esorcizzando ansie e timori, ed è stimolato a creare chimere e creature antropomorfe che sorgono dal magma primordiale a esplorare il confine tra l’essere e il nulla. Lo sconvolgimento delle certezze produce metamorfosi mostruose nella mente umana che si piega e obbedisce ciecamente all’irrazionale quale ultima e disperata via di fuga. La consapevolezza della responsabilità del peccato e dell’inevitabilità della morte, dell’imprevedibilità del proprio destino sulla soglia di un aldilà che non si può conoscere, riaffiora quale archetipo nell’uomo e nell’artista di tutti i tempi e scuote la sua dimensione concreta e spirituale. Il profilo caricaturale e vignettistico, manifesto nei suoi personaggi, rammenta le presenze vuote e coreografiche, burattinesche, dell’artista tedesco Max Beckmann che denuncia nei suoi dipinti, tra le due grandi guerre mondiali, la condizione di fragilità e di decadenza dell’uomo con la tragica perdita dei valori fondanti della dignità. La comparsa di esseri grotteschi e prodigiosi in “Covid – 19” di Mencarelli può certamente rievocare, ai nostri occhi e alla nostra memoria, le percezioni  e le intuizioni oniriche fantastiche e capricciose di Hieronymus Bosch che in uno slancio, anticipatore di Freud, portava alla luce i recessi più nascosti e in ombra della mente umana veicolati dall’inconscio collettivo e individuale.

Mencarelli sempre più si rivolge all’astratto che per lui rappresenta il tentativo della ricostruzione della realtà, utilizzando la linea retta sia in orizzontale che in verticale con ampie campiture di colore, che finiscono per restringersi e assottigliarsi in rettangoli: siamo di fronte ai “Mechanical Landscapes” che si identificano nelle strade delle metropoli e nei grattacieli con un loro riconoscibilissimo lirismo melodico e sincopato. La poesia della città prende vita e assumono sostanza le esistenze nascoste e pulsanti nelle case, nella condivisione dei cortili e degli spazi pubblici nella comunione delle emozioni e delle sensazioni. I suoi Landscapes, a volte, sono percorsi da curve che potrebbero ricordare ponti fra identità e civiltà. L’uomo, nel fare artistico di Mencarelli, non si trova mai isolato e nelle mappe urbane scopre serenità e appagamento. Il colore pervade forme e linee e le libera dall’indifferenza e dal cinismo. Il ritmo muove la danza sincopata che strizza l’occhio a Mondrian.

Nella “Black-White-Red Cross”, una croce si staglia sul piano, con il suo potere catartico, avvolta dalla luce pura e bianca della Resurrezione, albero della vita che abbraccia l’universo in tutte le direzioni, linea orizzontale e verticale che si stringono e si allacciano in un + amore, + libertà, + rispetto e che vogliono restaurare la relazione tra l’uomo e il Divino in tutte le sue forme ed espressioni. Nulla meglio di queste due linee che si incrociano può restituirci il sentimento incommensurabile del Divino: le due rette viaggiano all’infinito, affondando nel bianco della luce, si incontrano per un attimo, che diviene eterno arricchendosi del Trascendente, e immediatamente proseguono il loro interminabile viaggio di mistica preghiera. Alcune macchie e colature rosso sangue annunciano e proclamano il sacrificio del Dio-Uomo che accade ogni giorno sino alla fine dei tempi e che ha redento l’uomo per sempre.

L’artista si attiva nel fenomeno del Ready Made, quando decide di recuperare, nella sua installazione “The woman -tattoo”, un manichino femminile fortemente danneggiato e ne va ornando le ferite con dei tondini metallici nella sua determinazione di riportarlo a nuova vita. Il manichino è attraversato da una lucentezza di anima squarciata che viene risanata dall’emersione e dall’ intensità di un tatuaggio o di un gioiello, disegnato appositamente per lei, in un atto d’amore. In un feticismo improvvisato e urgente la donna-manichino si riappropria della sua femminilità avvilita e offesa da una violenza inspiegabile. Il feticcio si erge all’ingresso della capanna a proteggere il focolare domestico, simbolo intoccabile e non profanabile esercita un potere magico e sensibile: in questo il manichino si è trasformato, entrando in qualche modo nella sfera della statuaria sacra alla quale si portano offerte e preghiere.

L’altra proposta di Ready Made consiste in un “segreto” assemblaggio di forme per tortine che, sfolgorante di colori, diviene un arcobaleno metallico luminoso destinato a condurre calore e vita nelle nostre case spente e quindi decisamente a rinnovarle.

Massimo Mencarelli si muove nella fluidità della vita con disinvoltura proteiforme e anche con tenace sofferenza, sul filo sottile del destino e della storia dell’arte che si alimenta di illuminazioni e improvvisazioni. 

 

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